#SemidiSperanza: la Caritas parrocchiale di Bagnacavallo

12 Maggio 2021
Categorie: Povertà, Volontariato

La Caritas di Bagnacavallo muove i primi passi nel 1986; da subito l’impegno dei volontari si muove verso le persone che, in virtù del dialogo avviato con le istituzioni e con le evidenze rilevate nella vita della parrocchia di S. Michele, necessitavano di aiuti e di sostegno; furono progettati interventi diretti dedicati agli ospiti delle strutture per anziani, ai ricoverati in ospedale, alle famiglie in difficoltà sul fronte abitativo e lavorativo, alle persone sole. Ancora oggi, compatibilmente con le risorse a disposizione (numero dei volontari) e con il variare dei bisogni della popolazione dovuti ai profondi cambiamenti di carattere socio-economico, la Caritas interviene con la distribuzione dei viveri, all’ascolto dei problemi degli altri, all’accoglienza e alla fruibilità dei Servizi offerti alla comunità, sia con l’apertura del Centro di Ascolto sia con un regolare rapporto di collaborazione con gli Enti pubblici.

Nel tempo tutto ciò ha portato ad una importante visibilità della Caritas locale anche perché i volontari fanno parte della comunità e perché sono volontari Caritas anche quando non sono direttamente impegnati nel servizio. La “tipologia dei volontari” è estremamente differenziata: si va dai diciottenni ai pensionati e oltre, con provenienza sia dal mondo cattolico praticante sia da quello non praticante, a dimostrazione del fatto che il messaggio di carità, di impegno sociale, di inclusione nel tessuto sociale degli “ultimi” e di dare nuovamente dignità alle persone, sottolineato più volte dal Santo Padre, ha raggiunto la coscienza di moltissimi. Altri interventi altrettanto importanti sono l’apertura dei corsi di lingua italiana con i volontari impegnati nella custodia dei bambini per permettere alle mamme di partecipare. Il magazzino per la distribuzione del vestiario del quale è referente Graziella Melandri, la rivendita dei libri usati che vede come referente Maria Argelli.

Una Caritas parrocchiale al tempo del Covid

Durante questo periodo di pandemia abbiamo assistito a due fenomeni: l’aumento dei nuclei familiari in difficoltà e la diminuzione dei volontari impegnati per cui siamo riusciti solo, si fa per dire, a garantire la distribuzione dei viveri. Abbiamo ripensato alle modalità di distribuzione riducendo l’accesso alla sala d’aspetto, creando un distanziamento tra l’ospite ed il volontario, inoltre i periodi di quarantena imposti ad intere famiglie ha reso necessario organizzare la consegna del pacco viveri a domicilio per cui i volontari, terminata la distribuzione in sede, hanno provveduto alla consegna domiciliare. In questo momento sono 75 i nuclei familiari che equivalgono a 200 persone che afferiscono al centro contro i 58 nuclei del periodo pre-Covid. In situazione di normalità possiamo contare su 11 volontari distribuiti sulle due giornate di apertura, 5 che una volta al mese si recano a Imola con un furgone per i rifornimenti di magazzino, 3 per il vestiario, 3 per la rivendita dei libri e 2 per la gestione del magazzino viveri.

Nonostante le difficoltà del momento abbiamo voluto proseguire l’esperienza dei progetti di inserimento, concordati con i Servizi sociali, di cinque ragazzi realizzando per loro un’opportunità di interazione con gli altri e la possibilità di perseguire nel tempo un obiettivo prefissato. Sono aumentate le famiglie italiane, aumentato il numero delle persone che hanno perduto il lavoro soprattutto nell’ambito dei lavoratori stagionali nell’agricoltura, nell’edilizia, nelle attività commerciali come ristorazione, turismo e tutte quelle interessate dai decreti emanati dal governo; sono aumentate le richieste di aiuti in denaro per far fronte al pagamento di utenze, degli affitti, per l’acquisto di pc e tablet necessari agli studenti per l’attività didattica a distanza, per l’aumento del numero dei componenti del nucleo familiare dovuto al rientro di figli spesso con famiglia, causati dall’impossibilità di continuare a vivere in autonomia. Il ricovero in ospedale e la morte di tanti anziani ha fatto si che molte donne abbiano perso il lavoro di assistenza anche per la presenza in casa di familiari a loro volta licenziati o perché in smart working.

Il nostro Centro effettua due distribuzioni viveri due volte a settimana il martedì mattina 9.00-11.00 e il venerdì pomeriggio 15.30-17.30, esistono delle procedure che impegnano i volontari al di là degli orari di apertura: circa due ore prima dell’apertura i volontari selezionano i viveri provenienti da un supermercato, da un forno, da un bar pasticceria e da cittadini che contribuiscono con donazioni al fabbisogno settimanale. Li fa confluire al Centro un volontario trasportandoli con la propria auto e vengono ordinati in base alla tipologia e alla data di scadenza; riusciamo così a confezionare pacchi viveri proporzionati alla tipologia del nucleo come numero dei componenti e come limitazioni di carattere religioso. Contemporaneamente è aperto anche il centro di ascolto per le necessità burocratiche d’ufficio, l’ascolto degli ospiti e la raccolta dei dati che, con sempre maggior frequenza, ci vengono richiesti sia dalla Regione che dalla Diocesi. Terminata la distribuzione si provvede alla pulizia e riordino degli ambienti e ai conteggi di magazzino. I volontari impegnati con il vestiario, provenienti da donazioni, ne verificano il buono stato, lo suddividono per tipologia e per età (neonati ragazzi adulti) per poi sistemarli negli scaffali; altrettanto avviene nella rivendita dei libri il tutto al di fuori dell’orario di apertura. Come quasi sempre accade, le cose importanti nella vita avvengono in modo inatteso e cogliendoci spesso, non dico impreparati ma, lontani con il pensiero; così è capitato a me.

Tutte le persone che si rivolgono alla Caritas rappresentano un unicum 

Sono da qualche anno in pensione e stavo assaporando il non avere orari da rispettare e pensieri di lavoro quando mia figlia, impegnata in parrocchia come catechista, mi racconta della realtà della Caritas e del fatto che occorrono risorse per mantenerne in essere le finalità. Non mi ritengo un cattolico praticante ma la mia formazione culturale e professionale (sono un fisioterapista) mi porta a dare valore a principi come la solidarietà, l’inclusione, il fare concretamente qualche cosa per gli altri per cui mi sono gettato in questa nuova esperienza trovandola gratificante e arricchente per i rapporti umani che si instaurano e per l’opportunità di interagire con persone per le quali nulla è scontato e alle quali posso mettere a disposizione il mio bagaglio di conoscenze e di esperienze così da ricevere a mia volta la consapevolezza di appartenere a qualche cosa di veramente importante. Fino ad oggi non mi è capitato di vivere un episodio particolarmente significativo e tale da risultare esplicativo delle realtà alle quali veniamo in contatto; a ben pensare, tutte le persone che si rivolgono alla Caritas rappresentano un unicum non paragonabile ad altre per le innumerevoli sfaccettature e variabili che ogni storia porta con se, si può comunque ravvisare in esse un sottile filo conduttore capace di accomunarle nelle risposte ai bisogni così da renderle tutte ugualmente significative. Il futuro si presenta pieno di incertezze non perché ritengo possa venir meno il “fare volontariato” ma perché occorrerà mettere in campo relazioni e competenze sempre più specifiche. Sarà necessario superare il momento dell’urgenza dei problemi e dell’essere solo di supporto alle persone per far si che avvenga un reale e duraturo cambiamento delle situazioni, occorre che i futuri volontari esprimano competenze in vari ambiti quali quello amministrativo, di utilizzo dei mezzi informatici, di instaurare relazioni con il mercato del lavoro e della casa. Usando una immagine già sfruttata occorre dare alle persone gli strumenti per “pescare anziché continuare a dare loro il pesce”. Indispensabile sarà incrementare la divulgazione delle finalità della Caritas ad ogni livello nelle scuole, negli ambienti giovanili magari proponendo degli stage formativi, intervenire nelle coscienze, proporre una cultura dell’inclusione, il principio che il valore di una società si misura sull’ultimo dei suoi componenti. Nell’attesa continuiamo nella nostra opera con la convinzione che tramite l’esempio è possibile aprire altri cuori.

Fabio Tossa

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