Il Lavoro di Pubblica Utilità: una riparazione che fa bene a tutti. L’esperienza Caritas

3 Dicembre 2025
Categorie: Volontariato
Giustizia-riparativa

Da oltre sette anni la Caritas Diocesana di Faenza-Modigliana, attraverso la Fondazione Pro Solidarietate che la rappresenta, ha stipulato con il Tribunale di Ravenna una convenzione che la abilita ad accogliere al proprio interno persone condannate al Lavoro di Pubblica Utilità (LPU).

Il lavoro di pubblica utilità consiste nella prestazione di un’attività non retribuita a favore della collettività da svolgere presso lo Stato, le regioni, le province, i comuni o presso enti e organizzazioni di assistenza sociale o volontariato.

In pratica, a certe condizioni previste dalla legge, le  persone che dovrebbero scontare la pena in carcere, possono essere ammesse a svolgere, al posto della detenzione, una certa attività socialmente utile, nel nostro caso, presso il Centro di Ascolto Diocesano.

La finalità di questa misura alternativa al carcere è da inquadrare nella più ampia idea della “giustizia riparativa”. Si è constatato, statistiche alla mano, che la gravità della pena non riesce a scongiurare le recidive ed è molto meglio  aiutare  la  persona condannata a reinserirsi socialmente dopo il reato, con ciò obbedendo alle indicazioni della nostra Costituzione che attribuisce alla pena anche una funzione “rieducativa”.

Il lavoro di pubblica utilità, allora, mira proprio a questo: fare sì che la persona condannata, inserita all’interno della collettività, trovandosi a contatto con una realtà diversa da quella dove è maturato il reato, una realtà che mostra problematiche spesso sconosciute, abbia l’occasione di mettersi in discussione, di riflettere su di sé e sul proprio agito, magari scoprendo una capacità di azioni positive, a favore degli altri, fino ad allora ignorata.

Nello stesso tempo, l’impegno che il LPU comporta e gli effetti tangibili che lo stesso produce, in termini di incremento del servizio reso a favore della collettività, si traduce in una riparazione, anche se in forma indiretta, del danno che il reato ha cagionato all’intera comunità civile.

Per quanto riguarda il nostro Centro di Ascolto, nei primi tempi il LPU era richiesto soprattutto come sanzione sostitutiva delle pene inflitte per la guida in stato di ebbrezza, ma con la più recente riforma cd. “Cartabia”, che ha previsto il LPU come sostitutivo di pene fino a tre anni di detenzione, le richieste si sono moltiplicate e, ad oggi, collaborano con noi dodici persone condannate al LPU.

La loro attività presso il Centro di Ascolto è la più varia ed è decisa insieme tenendo conto delle esigenze (lavorative, familiari, di salute….) e preferenze della persona che dovrà svolgere il LPU e delle necessità del Centro di Ascolto. Così c’è chi presta servizio in dormitorio, chi in mensa, chi alla distribuzione viveri, chi fa le pulizie, chi aiuta in amministrazione.

Non sono solo rose e fiori. A volte è stato necessario richiamare chi in vario modo cercava di sottrarsi all’impegno assunto, altre volte abbiamo dovuto revocare, a malincuore,  la nostra disponibilità di fronte a ripetuti comportamenti inadeguati. Ma si tratta di casi rari, e per noi le persone che accogliamo come lavoratori di pubblica utilità restano una grande risorsa ed una scoperta.

Una risorsa: perché davvero ci aiutano molto nei vari servizi, al pari dei nostri migliori volontari.

Una scoperta: perché incontriamo persone desiderose di dare il meglio di sé, anche in situazioni per loro inedite e, di primo impatto, difficili come può apparire il passare la notte in dormitorio con persone senza fissa dimora, bisognose di tutto.

Abbiamo chiesto ad alcuni che stanno svolgendo il LPU nel Centro di Ascolto Diocesano cosa rappresenti per loro questa nuova esperienza e mettiamo a disposizione le loro risposte (comprensibilmente abbiamo garantito l’assoluto anonimato, i nomi sono di fantasia).

La cosa che più stupisce è che l’esperienza inizia perché “costretti” da una condanna, a volte ritenuta ingiusta, e per evitare il carcere, ma spesso succede che il servizio che era svolto per dovere, diventa cammin facendo un appuntamento importante, che non pesa e che in qualche modo fa bene. Tanto da pensare di continuare come volontari anche una volta terminato il tempo del LPU, come del resto è già successo: perché ancora oggi abbiamo con noi, come volontario a tutti gli effetti, chi, concluso il suo tempo  del LPU, porta avanti il suo servizio.       

                                                                                                           dott.sa Donatella Di Fiore

Presidente – Fondazione Pro Solidarietate ETS

La testimonianza di Paolo

Paolo (nome di fantasia, ndr) è un libero professionista consulente immobiliare, italiano, divorziato con due figli da poco maggiorenni «che mi danno belle soddisfazioni – racconta – uno ha iniziato l’università». Da qualche mese sta svolgendo il lavoro di pubblica utilità al Centro di ascolto della Caritas diocesana. «L’episodio che mi ha portato in tribunale è stato del tutto occasionale – ricorda – non avevo mai avuto alcun problema con la giustizia. Non mi aspettavo la condanna, avevo le mie buone ragioni, ma è andata così. Ho iniziato a fare il Lpu in un ente pubblico. Era un lavoro d’ufficio, al computer che non mi dava nessun tipo di appagamento. Anche il rapporto con le altre persone che lavoravano nello stesso ufficio era piuttosto freddo. Mi pesava molto e così ho deciso di lasciare».

Il giudice ha permesso a Paolo di cercare un’alternativa. Ci sono voluti alcuni mesi per trovare il posto giusto. «Volevo rendermi utile a chi ha bisogno. Mi hanno parlato del centro di ascolto: era il posto per me». Ora Paolo svolge il servizio in mensa da due mesi, due volte alla settimana. «In pratica faccio il cameriere per persone che sono in condizioni molto difficili e interagendo con loro mi rendo conto di quanto ho avuto dalla vita – spiega – . A volte mi parlano di loro , alcuni sono stati davvero sfortunati. Sono entrato in confidenza con una quindicina di ospiti, parliamo, a volte li prendo in giro, ci salutiamo quando ci incontriamo fuori». Gli episodi belli si equivalgono, ma Paolo è rimasto colpito quando uno degli ospiti, che sapeva che soffriva di mal di schiena, ha voluto dare a Paolo il nome di un bravo fisioterapista di Bologna, che lui conosceva bene perché aveva collaborato nel suo ambulatorio, e ha procurato così il numero del cellulare. «Cioè, ha voluto prendersi cura, lui, di me» ammette. «Non ci sono difficoltà in quello che faccio – continua -, il servizio è semplice e devo dire, anzi, che l’impatto con il Centro di Ascolto è stato positivo, ho trovato molta disponibilità e attenzione anche nei volontari che operano insieme a me».

Paolo riassume in tre parole questa esperienza. La prima è arricchimento personale: «perché tocco una realtà diversa dalla mia. Sono sempre stato sensibile alle situazioni di povertà e qui mi ci confronto». La seconda parola è toccante: «le storie di chi viene alla mensa Caritas fanno pensare molto». Infine consapevolezza: «ti accorgi che con poco, anche solo mezz’ora al giorno, se tutti dedicassimo un po’ del nostro tempo a chi ha bisogno, si potrebbero cambiare tante cose. Ho pensato anche alla possibilità di continuare il volontariato in mensa anche dopo avere finito il Lpu».

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