
lla Caritas diocesana di Faenza-Modigliana, accanto ai volontari storici e agli operatori, ogni giorno c’è anche chi sta vivendo un percorso più complesso, fatto di errori alle spalle e di riscatto possibile. Sono le donne e gli uomini impegnati nei Lavori di pubblica utilità (Lpu), una forma di giustizia riparativa che offre la possibilità — concreta, quotidiana — di restituire qualcosa alla comunità costruendo un nuovo futuro per sé. Tra loro c’è Matteo (nome di fantasia), sessantenne, vedovo, padre e nonno. Una vita normale, un’impresa fuori Faenza, poi «gli sbagli», come li chiama lui con discrezione, e una sentenza del Tribunale che gli offre la strada dei Lpu. «Mi hanno dato la possibilità di riscattarmi — racconta — e così ho cercato nell’elenco degli enti dove poter svolgere il servizio. Ho scelto Caritas perché volevo rendermi utile e, per il mio carattere, sapevo che sarei stato più felice ad aiutare dei poveri che a curare il verde pubblico».
Matteo ricorda i suoi primi passi: l’iter burocratico, l’incontro con l’operatore del Centro di Ascolto, Fabio, l’accoglienza semplice e schietta che gli è stata riservata. Non era la sua prima esperienza di prossimità: «In passato avevo dato una mano a mia sorella, che faceva volontariato in una casa per bambini con disabilità. Ma qui è diverso: ogni giorno incontri storie nuove, fragilità differenti». Da circa sei mesi Matteo presta servizio due volte alla settimana nella mensa. Le sue giornate cominciano sempre allo stesso modo: per abitudine arriva in anticipo. «Apparecchio, preparo tutto. Quando arrivano i pasti, separiamo pranzo e cena, scaldiamo il pranzo, facciamo le porzioni e le serviamo agli ospiti», spiega. Altre volte, invece, si occupa dell’accoglienza: un compito delicato. «Controllo che abbiano il cartellino per accedere, ma se arriva qualcuno in emergenza non lo mandiamo via. Un pasto non si nega a nessuno, soprattutto a chi è appena arrivato in città». Dopo, si pulisce: «Carico la lavastoviglie, riordino, passo lo straccio».
La mensa non è solo un luogo in cui si distribuisce cibo. È un punto d’incontro di vite ferite: italiani, stranieri, anziani soli, persone che hanno perso il lavoro, giovani arrivati da poco in città. «Sono tanti gli episodi belli. Queste persone ti cercano per raccontarsi, per dirti qual è la loro storia o il loro problema. Anche se sappiamo entrambi che non posso aiutarli davvero, per me è bellissimo lo stesso. Capisco che gli fa bene essere ascoltati senza giudizio». I momenti difficili non mancano: una volta un ospite, probabilmente sotto l’effetto di sostanze, ha disturbato gli altri. «Mi sono trovato a disagio. Ho alzato la voce, non è nella mia indole, e mi è dispiaciuto. Ma poi tutto si è risolto».
Quando gli chiediamo che cosa gli stia lasciando questa esperienza, Matteo sceglie tre parole. La prima è Positività: «Il contatto con questa realtà, che normalmente non incontri, mi ha fatto crescere. Ho scoperto in me una capacità di ascolto che non conoscevo». La seconda parola è Impegno. «Cerco di fare bene il servizio, anche nelle cose piccole: ricordarmi chi preferisce la pasta molto calda, chi non vuole l’insalata… queste attenzioni fanno sentire riconosciute le persone». Infine, la terza parola è Sorpresa. «Non mi aspettavo che l’incontro con persone nel bisogno potesse essere così arricchente. Pensavo di venire qui per dare qualcosa; in realtà sto ricevendo molto di più».
Il percorso di Matteo è uno dei tanti che si incrociano tra le stanze della Caritas. Storie diverse, ma tutte accomunate da un elemento decisivo: l’umanità che nasce dal fare qualcosa di concreto per gli altri. I Lavori di pubblica utilità non sono solo una pena alternativa. Sono un territorio in cui la giustizia incontra la cura, dove chi ha sbagliato può rimettere insieme i pezzi della propria vita, mentre contribuisce — davvero — al bene della comunità. Matteo lo dice con parole semplici: «Quando arrivo in mensa non mi sento uno che deve scontare una pena. Mi sento una persona che può fare qualcosa di utile. E questo, per me, vale tantissimo».

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