..serve a poco aggrapparci ai nostri punti d’arrivo come se fossero gli unici legittimi, quando dovremo cominciare ben prima a benedire il futuro che ci dichiarerà superati.
Benedetto quel futuro che se la riderà di noi perchè ci siamo sbagliati in tutto: perchè abbiamo scambiato uno spostamento per un viaggio, un avvicinamento per un incontro, il possedere una cosa per il suo uso, l’accumulazione dei beni per il loro salutare godimento.
Benedetto quel futuro che ci criticherà per aver prodotto tanto e aver così male distribuito, per essere andati sulla luna e aver resistito tanto, ma davvero tanto, per arrivare alla conoscenza del nostro stesso cuore.
Benedetto quel futuro in cui le tecnologie smetteranno di essere un feticcio nelle mani del mercato, come sono in gran misura oggi, e si trasformeranno in uno strumento più a misura della vita di tutti, come a suo tempo lo furono, ad esempio, l’aratro e la ruota.
Benedetto quel futuro che ci darà l’ispirazione per modelli di vita più essenziali, più attenti agli esseri umani, ma anche a tutte le altre creature che con noi condividono questa avventura così piena di mistero, e delle quali sappiamo così poco.
Il futuro troverà lo spazio e l’espressione del proprio pensiero. C’è una cosa però che davvero mi auguro: che l’umanità che verrà ad abitare quello che per noi costituisce il futuro, avverta molto spesso di non sapere cosa pensare. Cioè che si lasci turbare dallo splendore inspiegabile di ogni alba; che resti senza parole di fronte al mare come coloro che lo videro la prima volta; che si senta irresistibilmente attratta dal cambiamento di colore, di volumi e di odori del paesaggio diurno e notturno; che abbia un brivido al primo contatto con l’acqua; che conservi la capacità di stupirsi di fronte al modo con cui il vento porta lontano le nostre voci felici; che guardi con la medesima ingenuità la pioggia, i campi allagati in silenzio, le cose piccole e grandi, il via vai di nuvole, l’invasione dei papaveri che nei campi assomigliano a parole sognanti. Desidero ardentemente che l’umanità del futuro assapori l’imbarazzo per quello che rimane inconcluso non per insufficienza, ma per eccesso, e non si affretti a catalogare, a descrivere o a circoscrivere. Che la sua forma di comprensione sia un altro modo di mantenere intatto (o anche di ampliare) lo stupore.
Josè Tolentino Mendonca – Liberiamo il tempo