
Dal 16 al 18 ottobre, a Napoli, si è tenuta la seconda edizione di “Tieni tempo?” organizzata da Caritas Italiana per i giovani, dal titolo “Cu ‘a cazzimma e cu ‘a speranza – La tenacia che resiste, la speranza che apre strade”. Anche dalla Caritas diocesana di Faenza-Modigliana hanno partecipato due giovani volontari coinvolti sia sui servizi di Fondazione ProSolidarietate, che sui progetti di Farsi Prossimo. Hanno ascoltato storie di resistenza e di riscatto, incontrato comunità come quella di Fondazione “San Gennaro”, in un clima di confronto, alla scoperta di una vita che si apre alla speranza.
Ecco le loro testimonianze sull’esperienza vissuta.
Sono Gabriele e ho svolto il servizio civile regionale presso la Caritas diocesana di Faenza-Modigliana nel 2024/25 e ora sto continuando a dare una mano all’interno dei progetti “Terra Condivisa” e “Dress Again” di Farsi Prossimo, come volontario. Nel treno di ritorno per Bologna, mentre scrivo questo messaggio, cerco di trovare parole adatte a descrivere questa avventura vissuta a Napoli: incredibile, soddisfacente, favolosa. Tutti aggettivi che sì, sono appropriati, ma non possono completamente spiegare l’esperienza.
Sono arrivato là con il mio “collega” faentino, Mouhamadou, scherzosamente rinominato “il fotografo” da tutti noi. Insieme a lui e alla sessantina di altri giovani provenienti da diverse altre Caritas diocesane, abbiamo in quei tre giorni scoperto realtà napoletane tanto interessanti quanto importanti, che hanno come scopo principale (oltre quello religioso), quello dell’aiuto verso la comunità ed il prossimo. Penso che ciascuno di noi abbia imparato montagne di cose in questi tre giorni, ma il momento su cui io, personalmente, vorrei soffermarmi è quello della visita al penitenziario minorile di Napoli: un posto bellissimo, quasi onirico, con un mare che sembra espandersi all’infinito verso l’orizzonte. Quando voi vi immaginate un prigioniero, cosa vedete? Probabilmente (e sfortunatamente) qualche omone indurito e violento, chiuso in una cella tutto il giorno. I – bensì pochi – giovani prigionieri che abbiamo visto erano invece indistinguibili da una qualsiasi persona che vedreste per strada, ed erano pieni non solo di speranza, ma anche di voglia: voglia di cambiare, trovare redenzione negli occhi della società e delle persone a loro attorno. Penso che sia proprio questo il sentimento più significativo di questi giorni: la voglia e la speranza di cambiare, come nel caso dei ragazzi incontrati, ma anche dei tanti progetti conosciuti, per l’aiuto allo studio per i minori e al lavoro per gli adulti. È proprio questa voglia che dipinge i mari ed i cieli Napoletani, che rendono quei bei paesaggi straordinari e quelle autentiche persone magnifiche, ed è la cosa che terrò per sempre con me. Ciao Napoli!
Omar Gabriele Biout, 19 anni
Sono Mouhamedou e sono volontario al Centro di Ascolto della Caritas di Faenza ormai da due anni, dopo aver svolto, sempre al Centro di Ascolto, l’anno di servizio civile. In questi giorni a Napoli ho vissuto qualcosa che difficilmente riuscirò a spiegare bene a parole. Sono stati tre giorni intensi, pieni di incontri, sguardi, storie e realtà che ti restano dentro.
Ho visto ragazzi che non hanno mai avuto una vera scelta, se non quella di entrare nella criminalità. Molti di loro sono cresciuti in quartieri dove sopravvivere era già un traguardo, dove la scuola sembrava inutile, dove la rabbia era l’unico linguaggio che conoscevano. Alcuni di questi ragazzi oggi sono in carcere. Ci sono entrati con la rabbia, convinti che fosse colpa del sistema, ma col tempo hanno capito i propri errori, li hanno accettati, e ora cercano solo un riscatto. C’è chi dentro ha preso la patente, una cosa che per molti è scontata, ma per alcuni è un traguardo enorme; chi sogna di diventare cuoco, chi parrucchiere, chi semplicemente sogna di poter ricominciare. E tutto questo anche grazie agli educatori che ogni giorno sono lì, dentro, a parlare con loro, a non lasciarli soli, e al progetto Policoro che li accompagna, una volta fuori, a trovare un lavoro vero, dignitoso, che non li costringa più a vivere “in nero” o “in grigio”.
Ho conosciuto anche i giovani di YOUng Caritas, giovani che sostengono altri giovani e che, insieme, costruiscono spazi di protagonismo e partecipazione. Ogni storia che ho ascoltato mi ha colpito, anzi, ci ha colpito, perché dietro ogni sguardo c’è una forza, una ferita, una speranza.
E una cosa l’ho capita bene: nemmeno il sistema è perfetto. Ci sono tante falle, tanti limiti, tante persone che restano indietro non perché non vogliono cambiare, ma perché nessuno tende loro la mano. Eppure, a Napoli ho visto qualcosa che va oltre tutto questo: ho visto persone che, pur non avendo tanto, ti offrono tutto. Ci hanno raccontato anche storie di bambini che crescono con problemi ai denti e che non sanno nemmeno cosa sia un dentista, perché non ne hanno mai visto uno. E lì ho capito quanto basta poco per farli sorridere. Per me, il sorriso di un bambino è la cosa più bella del mondo.
Ho sentito anche di zone colpite dai terremoti, dove la gente vive ogni settimana con la paura, ma anche con una dignità e un amore per la propria terra che non si possono spiegare. Alcuni scappano, altri restano, perché lì ci sono le loro radici, i loro genitori, familiari e amici.
A Napoli ho imparato una frase che non dimenticherò: “Cu’ a cazzimma, cu’ a speranza”. A prima vista può sembrare una frase dura, persino negativa, ma, in realtà, racchiude una verità profonda: è la forza che ti fa andare avanti, quella che nasce dal dolore e diventa intelligenza, corazza, luce; quella scintilla che ti difende, che ti tiene in piedi, ma anche quella “speranza” che ti permette di restare umano.
Infine, ho capito una cosa sui pregiudizi: molti parlano di Napoli e delle persone senza mai aver visto nulla di persona. Restando nel tuo angolo, non puoi capire le situazioni di una città o di una persona. E allora mi chiedo: la verità che viene celata è una cosa retta oppure un male distorto? È innegabile che chi sbaglia deve pagare, e nessuno può dire il contrario. Ma allora perché l’errore di uno, deve diventare una condanna di tutti?
Io posso testimoniare ciò che ho visto e sentito con i miei occhi e le mie orecchie: Napoli è molto più complessa, bella e sorprendente di quanto si racconti da lontano.
E forse agli occhi degli altri posso sembrare una persona silenziosa, tranquilla, ma dentro di me porto tutto questo: la forza, la rabbia, la speranza e la gratitudine di chi ha visto la bellezza anche dove non pensava ci fosse.
Mouhamadou Ndoye, 28 anni