
Arriva alle otto o alle nove di sera, quando è già buio fitto, con qualche bottiglietta d’acqua nello zaino, “perché mi fa piacere darle agli ospiti”. Da più di un anno “Fitim” (nome di fantasia), 43 anni, albanese, in Italia dal 2012, sposato e padre di due figlie, presta servizio al dormitorio Caritas nei pressi della parrocchia di San Domenico, a Faenza. Non da volontario all’inizio, ma nell’ambito di un percorso di lavori di pubblica utilità, legato a una condanna che lui stesso definisce “pesante”. «Ho sempre lavorato regolarmente come artigiano. Dopo la condanna ho accettato il suggerimento del mio avvocato di chiedere la sostituzione della pena con il lavoro di pubblica utilità. Mi ha indicato la Caritas come possibilità». Da lì il colloquio al Centro di ascolto, la proposta di un turno settimanale in dormitorio, l’inizio di un’esperienza che, col tempo, ha preso un significato diverso.
Le sue serate seguono un ritmo preciso. «Entro con i ragazzi che sono già arrivati e sono in attesa dell’apertura. Facciamo quattro chiacchiere. Chiedo se hanno bisogno di un caffè e poi distribuisco tutto il necessario per le docce». Si controllano le camere, si cambiano i lenzuoli se serve, poi quando gli ospiti sono sistemati Fitim prepara la colazione per la mattina. «Verso le 23.30 vado a dormire anch’io. Mi sveglio presto, verso le 6.10 li chiamo per la colazione. Alle 7 usciamo tutti, perché devo andare a lavorare e il dormitorio chiude».
Non racconta episodi eclatanti. «Le situazioni sono tutte molto simili», dice. Eppure dentro questa ripetizione si sono aperti spazi inattesi. «Posso dire che mi sembra di essere utile, anche se solo moralmente, quando provo a sostenerli un po’. Mi è capitato di parlare con un ragazzo che mi sembrava il più disperato di tutti, mi pareva perso». Ci sono stati anche momenti difficili, con ospiti «insofferenti». «In quei casi ho mantenuto la calma e tutto si è risolto bene».
Alla domanda su cosa gli abbia lasciato questo percorso, Fitim non risponde con slogan, ma con tre parole scelte con cura.
La prima è “cambiamento”. «Sono cambiato, perché prima non avevo la consapevolezza che mi ritrovo ora. Ho acquisito un altro punto di vista con cui guardare la realtà. Ho aggiunto un tassello al mio personale bagaglio di esperienze». La seconda è “soddisfazione”. «Aiutare queste persone mi ha fatto ricordare e provare di nuovo tutta la positività che viene dal fare bene». La terza è “desiderio”. «Venire in dormitorio non è un peso, anzi: ho voglia di tornare. Credo che quando finirò le mie ore di lavoro di pubblica utilità continuerò come volontario».
È forse qui il cuore della giustizia riparativa: non solo restituire qualcosa alla comunità, ma scoprire, nel farlo, di appartenervi di nuovo. Anche di notte, in una casa che apre quando il resto della città chiude, tra lenzuola da sistemare, colazioni da preparare e parole scambiate a bassa voce.

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